santa Barbara in Agro
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Storia SS.mo Crocifisso


Il Crocifisso ligneo della beata Colomba e la sua riproduzione plastica: un intervento di recupero tra memoria e devozione (testo pubblicato con il titolo Nel massimo rispetto. Il duplicato processionale del Crocifisso ligneo di Santa Barbara in Agro a Rieti, in Arte Cristiana anno XCIV n. 837, novembre-dicembre 2006, p. 455 sgg.)

Presso la duecentesca chiesa di San Domenico, a Rieti, i Padri Predicatori avevano promosso con assiduita' la devozione verso il Cristo crocifisso, testimoniata da numerose, pregevoli opere d'arte sacra. Fra queste, particolarmente degno d'attenzione fu un Crocifisso ligneo risalente alla fine del Trecento, che secondo la tradizione ispiro' la contemplazione mistica della terziaria domenicana Colomba da Rieti. Il prezioso manufatto fu scampato alla distruzione, dopo la soppressione postunitaria delle congregazioni religiose, per volonta' dei vescovi reatini Gaetano Carletti ed Egidio Mauri che ne disposero la traslazione presso la chiesa parrocchiale di Santa Barbara in Agro, nella campagna a nord della citta', a cui in tempi recenti fu attribuito il titolo di Santuario del Crocifisso. I parrocchiani si rivelarono zelanti custodi del Cristo loro affidato, promuovendo nel mese di settembre lo svolgimento di una processione che ben presto si radico' fra le piu' solenni liturgie della chiesa di Santa Barbara in Agro. Nella primavera 2005, la statua lignea fu sottoposta ad un impegnativo intervento di restauro reso indispensabile dalle precarie condizioni di conservazione in cui versava. La pellicola pittorica, in particolare, rischiava di screpolarsi distaccandosi con una sorta di bolle dallo strato di gesso preparatorio a causa dell'instabilita' del microclima. I restauratori lanciarono l'allarme, sensibilizzando il parroco e la commissione diocesana di arte sacra affinche' si provvedesse alla salvaguardia del Crocifisso. Nell'arco di un anno, grazie alla liberalita' della Fondazione Varrone ed alla perizia di due autentici artisti, e' stato possibile produrre un simulacro in resina destinato alle processioni, perfettamente riproducente le fattezze della statua lignea che potra' essere dunque custodita presso il santuario senza piu' subire traumatici spostamenti. Il culto della Croce, nell'ambiente culturale della Chiesa d'Occidente, porta a maturazione una serie di forme espressive improntate ad una adesione esplicita al dettato evangelico, superando ben presto la fase simbolica che caratterizza l'arte paleocristiana e, piu' in generale, l'arte della Chiesa d'Oriente, dove il pesce (icqus) indica come un acrostico il nome di Cristo, l'agnus Dei e' l'agnello sacrificale che assume su di se' i peccati del mondo, proponendosi come animali di un sacro bestiario allegorico destinato a lasciare spazio nei secoli successivi alla rappresentazione realistica della nascita e della morte di Cristo. Cosi' come il teatro medievale attraverso le Passiones elabora le forme altamente drammatiche della sacra rappresentazione, l'iconografia tende a proporre l'evento della crocifissione come atto centrale dell'esperienza, sia religiosa che umana. Il Dio incarnato patisce la sua morte di uomo, ma e' destinato a risorgere: cosi' la rappresentazione iconica della sua passione testimonia un'esperienza che ciascuno e' chiamato a condividere, accettando la morte fisica come premessa e promessa della vita dello Spirito. E' quella che San Francesco d'Assisi, l'alter Christus, chiamera' "sorella nostra morte corporale, a la quale nessuno homo vivente po' skampare". La storia dell'arte sacra dedica i suoi capitoli piu' intensi ad illustrare stilisticamente le modalita' espressive attraverso cui l'evento della crocifissione e' rappresentato: se la scultura privilegia l'elaborazione di un modello che si presta ad un'infinita varieta' di funzioni, dal bassorilievo al tuttotondo che illustrano un paliotto o un altare alle croci processionali, in legno o in metalli preziosi, la pittura tende a riprodurre in maniera piu' articolata e complessa le scene salienti della Passione, collocando scenicamente l'azione nello spazio e nel tempo, infittendo di personaggi il Calvario, o presentando la desolazione di Maria all'atto della deposizione, per risolvere nella luce promanata dal sepolcro ormai vuoto il mistero della Risurrezione. In particolare, la scultura lignea - diffusa largamente nelle regioni della dorsale appenninica, per l'evidente abbondanza di materia prima che favorisce lo sviluppo di una raffinata ebanisteria anche nei centri piu' modesti ed isolati del territorio - propone nei secc. XII- XV una produzione che si polarizza stilisticamente nelle forme del Christus patiens, il morente che rivolge al Padre il suo appello, testimoniando la sofferenza del Figlio dell'Uomo, o del Christus triumphans, vivo in croce, vittorioso sulla morte fisica e sul peccato.



Immagini del Cristo crocifisso presso la chiesa reatina di San Domenico

La basilica di San Domenico a Rieti, da pochissimi anni sottratta a quello che sembrava un irreversibile degrado, rappresenta uno straordinario palinsesto d'arte sacra: benche' le sue pareti risultino scrostate di tanta parte dei loro affreschi, degli stucchi e delle decorazioni che la rendevano, dopo la Cattedrale, la chiesa piu' ricca e maestosa della citta', pure custodiscono ancora tracce salienti di quell'antica Biblia pauperum che costitui' il supporto di immagini indispensabile compendio della predicazione domenicana. L'immagine del Crocifisso aveva larga parte nell'iconografia promossa nelle chiese mendicanti, ed in particolare nelle basiliche dei Padri Predicatori, come inequivocabilmente dimostra la splendida Trinita' di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze. Nella chiesa reatina, a tutt'oggi sono presenti interessanti testimonianze al riguardo, quali la croce della nicchietta a cornu Evangelii, vicino all'ingresso, destinata ad ospitare un elemento plastico (forse la Vesperbild oggi esposta al Museo Civico, una pregevole terracotta raffigurante la Pieta', opera di maestranze tedesco-abruzzesi del XV secolo) o le crocifissioni che coronano alcuni dei dipinti rimasti sulle pareti. Fra gli affreschi staccati negli anni Venti del XX secolo, l'immagine del Cristo in croce e' ricorrente. Pensiamo ad esempio alla duecentesca Crocifissione con i Santi Domenicani conservata presso la Curia vescovile, o alla lunetta della Crocifissione realizzata nel 1441 per la cappella Grimaldi da maestro Liberato di Benedetto di Cola di Rainaldo da Rieti a coronamento della Strage degli Innocenti.



L' Imitatio Christi della beata Colomba

Stando alle testimonianze raccolte dal biografo Sebastiano Angeli per la stesura della Legenda Latina e della Legenda Volgare, la vocazione alla vita religiosa e' per Colomba da Rieti (1467-1501) assai precoce, alimentata proprio dalla assidua frequentazione della chiesa domenicana e dell'adiacente casa santa del Terz'Ordine della Penitenza. Fin da bambina, nei giochi infantili compiuti con il fratellino, Colomba si sottopone a piccole pratiche di penitenza, che lasciano intravvedere l'adesione spontanea all'imitazione di Cristo nella mortificazione della carne e nell'accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione dei peccati. La meditazione intorno alla Passione di Gesu' Cristo, primo coerente passo sulla via della contemplazione mistica, viene ad essere sollecitata negli anni giovanili da una particolare devozione verso il Crocifisso, che diviene per Colomba da Rieti un elemento topico, tanto nella costante presenza di elementi materiali (a Rieti il crocifisso donatole dal cardinale spagnolo, a Perugia lo stendardo del Cristo portacroce e la raffigurazione plastica del monte Calvario, unici beni della sua misera cella) quanto nella ricorrenza di esperienze sovrasensibili, fra cui assume particolare rilievo il pellegrinaggio mentale in Terrasanta. Il Crocifisso di San Domenico ispira dunque alla giovane "lo suo fervore et rapto e sancte visioni", ed i suoi biografi - a partire da padre Sebastiano - possono ricollegare agevolmente la sua straordinaria esperienza mistica ai colloqui fra il Crocifisso della chiesa napoletana di San Domenico Maggiore e San Tommaso d'Aquino, a cui si deve l'ispirazione della Summa Theologica. Alimentata fin dalla giovinezza dalla comunione con il Cristo sofferente, tutta la vita di Colomba da Rieti si modella sull'imitazione dello Sposo celeste di cui la giovane religiosa vuole condividere la sofferenza e la pieta' verso il prossimo. Altre mistiche, contemporanee e correligionarie della Domenicana reatina, esprimeranno attraverso la pratica della scrittura il sentimento piu' cristallino ispirato all' imitatio Christi. Colomba da Rieti affidera' dal canto suo alla preghiera ed alla quotidiana penitenza il senso della sua vita, che vorra' concludere nell'ascolto e nella meditazione del racconto della Passione e Morte di Cristo nella versione dei quattro Evangelisti.

Il Crocifisso ligneo

Il Crocifisso ligneo davanti al quale la beata Colomba da Rieti sperimento' le sue visioni estatiche e' opera d'ebanisteria cronologicamente collocabile intorno all'ultimo quarto del XIV secolo, a cui l'insulto del tempo e l'imperizia dei restauri non hanno sottratto vigore plastico ed intensita' evocativa: la figura del Cristo riproduce le fattezze del morente, ma porta ad efficace sintesi le due tipologie del Christus patiens e del Christus triumphans. Stando alla testimonianza di padre De Paolis, ripresa due secoli piu' tardi da padre Alberto Zucchi, il crocifisso ligneo fu collocato nel 1370 "a spese e per divotione di Andrea Pennetti e di Vanna sua consorte ´┐Ż nel mezzo del piedistallo che sostenteva un'alta e ampia macchina terminata nella sommita' in piu' tavolette piramidali nella quale in campo d'oro si vedevano maestrevolmente piantati piu' santi" . Il Crocifisso, dunque, era posto su di un'alta iconostasi, di cui erano parte integrante le tavole del polittico di Luca di Tome' oggi conservate presso il Museo Civico. Il religioso deplora che i suoi predecessori nel 1676 abbiano smembrato la complessa macchina e dichiara di aver faticato non poco a dissuadere "un gentiluomo patritio primario di questa citta'´┐Ż invogliato d'averlo in ogni conto". La pur circostanziata descrizione resa da padre De Paolis apre un quesito a cui lo Zucchi non da soluzione, lasciando aperta l'ipotesi che il crocifisso a cui il Domenicano del XVIII secolo si riferisce fosse un affresco, e non una scultura lignea: non e' da escludere che il manufatto fosse frutto di una stretta collaborazione fra una bottega di ebanisteria e l'artista senese, abilissimo pittore di pale d'altare dalla carpenteria ricca e solida. La venerata croce, ormai deposta dall'altare maggiore quando la chiesa fu ristrutturata ed adeguata al gusto barocco dominante nel corso del XVII secolo, fu collocata presso la cappella gentilizia degli Angelotti: da qui fu rimossa al tempo della soppressione postunitaria, come racconta la cronaca del canonico don Vincenzo Boschi: "Tutti si rifiutarono, anche i piu' spregiudicati. Allora un tale, di cui taccio il nome, con aria spavalda si avanzo' e, salita una scala, vibro' il martello per distaccare l'Immagine, ma il colpo non era disceso ch'egli, perduto l'equilibrio, cadde riverso dalla scala e si ruppe la spina dorsale, onde storpio ne rimase per tutta la vita, che gli duro' infelicissima per quindici lunghi anni". La venerata immagine fu allora scampata alla dispersione per volonta' del vescovo di Rieti monsignor Gaetano Carletti, che la volle destinare all'erigenda chiesa di Santa Barbara in Agro, che assunse percio' il titolo di Santuario del Crocifisso. Tale pia opera fu portata a compimento dal successore di monsignor Carletti, il Domenicano mons. Egidio Mauri, che resse la Diocesi reatina fra il 1871 e il 1888.

La chiesa di Santa Barbara in Agro

Ai margini della verde, fertile piana reatina bonificata al tempo del console M. Curio Dentato con l'apertura del taglio delle Marmore che aumentando il gettito d'acqua del salto naturale consenti' il drenaggio del lacus Velinus, s'infittiscono le colture, alternando ai grandi complessi di proprieta' dell'antica aristocrazia agraria i fondi rustici mezzadrili e gli orti curati come giardini. Le abitazioni si concentrano intorno al campanile della chiesa che svetta alto sull'ampia conca il cui profilo si disegna ampio, delimitato dalla chiostra delle montagne. Il villaggio, segnato a meta' dalla via che collega Rieti all'Umbria, regione cui appartenne amministrativamente fino al primo quarto del XX secolo, ha assunto il nome di Chiesa Nuova proprio in virtu' dell'intervento di ricostruzione e fundamentis della chiesa di Santa Barbara in Agro, intrapreso negli ultimi anni del buongoverno pontificio. I lavori ebbero infatti inizio nel 1859, sotto l'episcopato di monsignor Gaetano Carletti , per concludersi quattro anni piu' tardi, nel 1863. In questo breve arco di tempo, si era compiuto un radicale sovvertimento, che indussero il presule ed i pii abitanti della campagna ad accontentarsi di aver portato a compimento la sola struttura architettonica dell'edificio. Il decoroso allestimento attuale, ricco di mosaici, marmi ed artistiche vetrate, e' opera ben piu' recente, il cui merito va ascritto al tenace, infaticabile lavoro di don Vittorio Giusto, parroco di Chiesa Nuova negli anni '60, e dei suoi piu' recenti successori. Negli immediati frangenti che seguirono all'unita' d'Italia, la chiesa di Santa Barbara in Agro, grande e maestosa nel suo assetto, benche' spoglia e non rifinita, si presto' ad essere rifugio per alcune opere d'arte sacra che il vescovo Carletti ed il suo successore Egidio Mauri riuscirono a sottrarre allo scempio perpetrato ai danni della chiesa di San Domenico, confiscata unitamente al complesso conventuale in attuazione delle postunitarie leggi eversive. In particolare, vi trovarono scampo una tela raffigurante la Madonna in gloria le cui fattezze lasciano ragionevolmente ipotizzare che possa restituirsi al regesto del pittore Lattanzio Niccoli ed il Crocifisso ligneo che un tempo aveva sovrastato il polittico dell'altare maggiore.

La riproduzione del Cristo crocifisso

Infestato da insetti xilofagi, la pellicola pittorica rigonfia e solcata da un reticolo di minutissime, insidiose crepature provocate in particolare dall'umidita', il prezioso manufatto ligneo fu pazientemente restaurato nella primavera 2005. In occasione della riconsegna del Crocifisso, ricollocato nella cappella a cornu Evangelii della chiesa di Santa Barbara in Agro, i restauratori raccomandarono al parroco padre Mariano Pappalardo di evitare da allora in poi di sottoporre la statua ad ulteriori traumi. L'esigenza della salvaguardia del bene artistico veniva pero' a contrastare con la pur legittima devozione dei fedeli, che intendevano continuare a giovarsi del loro Crocifisso per le ormai rituali processioni del mese di settembre. La vetusta' ed il pregio di tante opere d'arte sacra impongono di frequente scelte radicali, che implicano come estrema ratio la progressiva perdita del manufatto o la sua musealizzazione. Nel caso del Crocifisso trecentesco in questione, e' stato possibile praticare una valida alternativa che ha consentito la piena tutela del bene e la soddisfazione delle esigenze di culto grazie all'intervento generoso della Fondazione Varrone che ha finanziato il rifacimento della statua, cosi' da poter mantenere la statua lignea all'interno della cappella, il cui microclima e' ormai stabilizzato, portando in processione il simulacro realizzato in resina. La nuova statua, pero', non e' stata realizzata ricorrendo ad un calco sull'originale ma rimodellata a partire dalla nuda croce disponendo su di essa una struttura portante, realizzata con profilati di ferro e legno e procedendo a strati successivi di argilla fino a riprodurre plasticamente forme e dimensioni dell'originale. Il lavoro di modellato e' stato eseguito dal professor Luigi Verzilli, professore di Discipline Plastiche presso l'Istituto Statale d'Arte di Rieti. Una volta eseguito il modello in resina, la nuova statua e' stata dipinta e patinata dal professor Simone Battisti, esperto restauratore. Il risultato e' stupefacente per la sostanziale fedelta' della copia moderna rispetto all'antico manufatto, cosi' salvaguardato dal rischio di danni irreversibili.